Albania · Montenegro · Kosovo
Quattordici giorni fra Albania, Montenegro e Kosovo
Un anello in auto da Durazzo al Kosovo e ritorno, con la nave da Bari e cinque basi in quattordici giorni. Il percorso, gli errori che ho fatto e cosa rifarei diverso.
di Matteo ·

Perché i Balcani, e perché in auto
L’idea è nata da una cartina, non da una foto. Guardando l’Adriatico dall’altra parte: a nove ore di nave dalla Puglia c’è una fascia di costa e di montagne che gli italiani conoscono poco, e che si attraversa con la propria auto senza cambiare fuso, senza voli interni e senza noleggi. Montenegro, Albania e Kosovo stanno uno attaccato all’altro, si passano con quattro valichi di frontiera e in due settimane si chiudono ad anello tornando allo stesso porto da cui si è sbarcati.
Avevamo un vincolo in più rispetto agli anni precedenti: nostro figlio ha un anno. Il che significa che ogni scelta — dove dormire, quanto guidare, a che ora salire a una fortezza — passava prima dal filtro “regge con un bambino piccolo?”. Lo dico subito perché cambia il racconto: questo non è il viaggio che avremmo fatto in due, ed è la ragione per cui alcune tappe sono state accorciate e altre allungate.
Quello che segue è il racconto di com’è andata davvero, correzioni comprese. I tempi misurati, i prezzi verificati con la data, gli indirizzi e i piani B stanno nella guida; qui c’è il quadro, il senso del percorso e gli errori che ho fatto io così non li rifai tu.
Il percorso in due righe
Quattordici giorni ad agosto, compresa la traversata notturna all’andata e al ritorno. Traghetto da Bari a Durazzo con l’auto al seguito, poi un anello in senso orario: prima su, verso il Montenegro; poi giù attraverso l’Albania del nord fino al Kosovo; poi di nuovo in Albania, nel centro del Paese, e infine sulla costa a nord di Durazzo per gli ultimi giorni di mare, a mezz’ora dal porto.
Cinque basi in tutto: Tivat, Scutari, Prizren, Berat e la baia di Gjiri i Lalzit. Circa 2.600 chilometri contando anche Roma–Bari e ritorno. Tre valute, di cui due sono l’euro. Quattro frontiere, nessuna delle quali ci ha fatto perdere più di mezz’ora — e su questo torno dopo, perché è una delle cose su cui internet esagera di più.
La traversata
Si parte da Roma la domenica mattina, si spezza il viaggio a Trani — il castello sul mare e una villa comunale con i giochi accanto al porto, che con un bambino conta più del castello — e si arriva a Bari nel pomeriggio per ritirare i biglietti. La nave parte intorno a mezzanotte e arriva a Durazzo alle nove del mattino.

La traversata è la parte del viaggio che avevo sottovalutato in positivo. Salire a bordo dopo cena, chiudere la porta della cabina, e svegliarsi con l’Albania fuori dall’oblò: è il momento in cui il viaggio comincia davvero, molto più di quanto lo sia un gate d’aeroporto. La cabina non è un lusso. L’abbiamo presa perché con un bambino di un anno le poltrone non erano un’opzione, ma la rifarei anche in due: nove ore in poltrona significano arrivare in Albania e cominciare a guidare senza aver dormito.
Due cose che avrei voluto sapere prima. La prima è che il ponte auto resta chiuso durante la navigazione, quindi tutto ciò che serve per la notte va in una borsa a parte: sembra ovvio, non lo è alle undici di sera con la macchina già parcheggiata tre ponti più in basso. La seconda è che il bar di bordo costa come un bar di aeroporto: cenare in città e portare qualcosa per la colazione è la scelta giusta.
Montenegro: il Paese più bello e il più caro
Lo sbarco a Durazzo, la pratica dell’assicurazione per l’auto e la risalita lungo la costa albanese fino al confine montenegrino occupano tutto il primo giorno. È il giorno più pesante dell’itinerario — notte in nave, dogana, sei ore di guida — e se lo rifacessi lo spezzerei con una notte a Scutari prima di salire. Lo scrivo tra gli errori più avanti, perché è il primo che ho fatto.
Come base abbiamo scelto Tivat, e non Cattaro né Budva. È la città meno pittoresca della baia ed è esattamente il motivo per cui funziona: marciapiedi larghi, tutto in piano, parcheggi, una spiaggia con fondale basso sotto casa, e Cattaro e Budva entrambe a mezz’ora. Nel resto della baia si cammina quasi sempre su acciottolato in salita, e con un passeggino lo si scopre in fretta.
Cattaro vale tutto quello che si dice, a una condizione: arrivarci alle otto del mattino. Due ore dentro le mura veneziane, nel fiordo più profondo del Mediterraneo, con la città ancora dei suoi abitanti. Alle dieci sbarcano le navi da crociera e la stessa città diventa un’altra cosa. Non è un consiglio da guida, è la differenza tra un’esperienza e una coda.

Budva è la capitale balneare del Paese, con il traffico e il cemento che ne conseguono, ma la città vecchia dentro le mura resta bellissima e i vicoli si percorrono anche con le ruote. La spiaggia giusta della zona, però, non è quella sotto le mura: è Bečići, pochi chilometri più in là, sabbia dorata e fondale dolce, dove si passa la giornata in acqua e si sale in città nel tardo pomeriggio.

E poi Sveti Stefan. L’isolotto-borgo del Quattrocento diventato resort negli anni Cinquanta, oggi privato e non visitabile. Tutte le guide dicono di fermarsi al belvedere sulla statale. Non serve: l’isolotto si vede benissimo dalla strada, e la cosa da fare è un’altra. Passare l’intera giornata sulla spiaggia pubblica ai suoi piedi, ghiaia fine rosata, acqua trasparente, la cartolina davanti agli occhi mentre nuoti. È stata la giornata di mare più bella del viaggio.
Il Montenegro è anche il Paese più caro dei tre: i prezzi della costa sono ormai quelli croati, si paga il parcheggio a ore ovunque e una cena costa il doppio di quello che costerà una settimana dopo in Kosovo. Ne vale la pena. Ma tre notti sono la misura giusta, non cinque.
Albania del nord: Scutari e la costa che non trovi
Passato il valico di Muriqan si cambia mondo in venti minuti. Sparisce l’euro, sparisce l’ordine turistico montenegrino, e comincia un Paese più ruvido, molto più economico e infinitamente più cordiale.
Scutari è una città di caffè, biciclette e una lunga via pedonale dove alla sera esce tutta la città. Sopra, il castello di Rozafa domina la confluenza di tre fiumi con il lago sullo sfondo: ci siamo saliti nell’ultima ora di luce ed è stato il panorama più bello dell’Albania settentrionale. Con una nota: il percorso interno è sterrato e in salita, e il passeggino è rimasto in macchina. Marsupio. Vale per tutte le fortezze del viaggio, e sono quattro.

La sorpresa della zona è una spiaggia a nord di Shëngjin che si chiama Rana e Hedhun, “la sabbia buttata”: dune chiare sotto una parete boscosa che scende quasi in acqua, e pochissimi stranieri. È anche una delle mete più difficili da raggiungere del viaggio, perché il navigatore si arrende molto prima dell’arrivo e l’ultimo tratto è sterrato. Ci siamo arrivati, e il modo esatto in cui ci si arriva è una delle cose che ho scritto nella guida proprio perché online non c’è.
Sulla costa di Shëngjin, invece, un avvertimento: i ristoranti di pesce più scenografici, quelli con il menù in quattro lingue, costano il triplo di quello che valgono. Il pesce buono ed economico è a Durazzo, alla fine del viaggio, e lo sapevamo solo perché ci siamo cascati prima.
Kosovo: la strada e la città
Da Scutari al Kosovo si sale per la A1, la “strada della nazione”: viadotti, gole, un tunnel di chilometri, e un unico casello. È una delle strade più belle dei Balcani e una tratta che, con le soste, ci ha preso cinque ore. Il valico di Vërmicë, il giorno di Ferragosto, ci è costato venticinque minuti di coda. L’assicurazione per il Kosovo, che secondo tutto quello che avevo letto avremmo dovuto comprare al confine, non ci è stata chiesta. Ho tenuto i contanti in tasca e li ho spesi in burek.
Prizren è il motivo per cui il Kosovo va inserito nel percorso. Una città ottomana su un torrente, con una fortezza bizantina sopra i tetti e, in trecento metri, una moschea del Seicento, una chiesa del Trecento, un hammam cinquecentesco e una cattedrale cattolica. Non è un museo: è una città viva, con un bazar di panetterie, caffè affacciati sull’acqua e i prezzi più bassi di tutto l’itinerario. Due notti. Il centro è in piano e si gira col passeggino; la fortezza, come le altre, no, e va fatta la mattina presto perché non c’è un filo d’ombra.

Pristina la abbiamo fatta in giornata, ed è stata un errore di calendario più che di destinazione. La capitale è l’opposto di Prizren — architettura socialista, cantieri, poca bellezza convenzionale — ma racconta il Kosovo di oggi meglio di qualunque altro posto, dalla biblioteca nazionale con le novantanove cupole al viale intitolato a Bill Clinton. Solo che ci siamo andati di domenica: musei chiusi, parcheggio difficile, una passeggiata urbana con pranzo al sacco nell’unico parco con ombra. Se il vostro calendario vi mette Pristina di domenica, cambiate giorno o cambiate meta.
Albania centrale: Tirana, Berat e l’alloggio sbagliato
Il rientro in Albania è la stessa A1 percorsa in discesa, e poi la pianura. Tirana l’abbiamo attraversata in mezza giornata, senza dormirci, ed è la misura giusta: la piazza enorme e pedonale, la Piramide di Hoxha diventata centro culturale con una scalinata da salire, il quartiere Blloku che una volta era vietato e oggi è dove si esce la sera. È la dimostrazione plastica di quanto il Paese sia cambiato in vent’anni, e quattro ore bastano.
Berat era la tappa che aspettavo di più: la città dalle mille finestre, le case ottomane bianche a schiera sul pendio, una cittadella medievale dove la gente abita ancora, tra orti e panni stesi accanto a chiese bizantine. Ed è stata la tappa dove ho sbagliato di più.
L’alloggio, prenotato come “monolocale familiare”, era una stanza con un bagno. Nessuno spazio per un lettino, nessuno spazio perché un bambino di un anno si muovesse, e il “parcheggio” dell’annuncio era la strada davanti alla porta. Avevamo tre notti prenotate: ne abbiamo fatte due, e la terza l’abbiamo spostata al mare. Con il senno di poi due notti a Berat sono comunque la misura giusta — cittadella, museo e i due quartieri stanno in una giornata piena — ma la lezione sugli annunci albanesi, su cosa chiedere all’host prima di confermare e su cosa fare quando la struttura non corrisponde, me la sono guadagnata sul campo e l’ho messa nero su bianco nella guida.
Berat stessa, invece, mantiene tutto. Attraversare il ponte in pietra a sette arcate quando le finestre cominciano ad accendersi è il momento più bello della giornata. La cittadella va fatta entro le nove: ripida, acciottolata, senza ombra.
Da Berat, un’ora tra colline e uliveti, c’è una zona che quasi nessuno straniero visita: i laghi carsici di Dumre, ottanta specchi d’acqua tra le alture, con il paese di Belsh e un lungolago rinnovato, tutto in piano, con le terrazze sull’acqua. È stata la gita più riposante del viaggio, e quella in cui ho pensato che la guida avesse senso: perché una cosa così non la trovi cercando “cosa vedere in Albania”.
Gjiri i Lalzit: il finale che serviva
Tre notti nella baia a nord di Durazzo, e non era il piano originale — era Berat che ci ha regalato la terza. È stata la scelta migliore del viaggio.
Dopo dieci giorni di castelli, frontiere e trasferimenti, la voglia di guidare cala. La baia è una pineta lunga chilometri con sabbia fine, un fondale che digrada per decine di metri — l’ambiente più sicuro dell’intero viaggio per un bambino piccolo — e residence recenti con la spiaggia sotto casa. Si fa poco, ed è il punto. Al tramonto si sale al promontorio di Capo Rodon, dove restano un castello di Skanderbeg e una chiesetta sull’Adriatico. Chi vuole una gita ha Durazzo a mezz’ora, con l’anfiteatro romano più grande dei Balcani. Noi ci siamo andati soprattutto per il pesce, scelto al banco di una pescheria-ristorante e cucinato al momento: il più fresco del viaggio, a un terzo del prezzo italiano.
Il vantaggio decisivo della baia è un altro: il porto è a quaranta minuti. Si può stare in spiaggia anche l’ultimo giorno e presentarsi all’imbarco senza corse.
Il ritorno
L’imbarco di ritorno da Durazzo è la parte del viaggio su cui i forum sbagliano di più. Leggerete di arrivare al porto con ore e ore di anticipo. Noi ci siamo presentati nel pomeriggio, siamo rimasti fermi ad aspettare, e la nave è partita comunque con ore di ritardo. La raccomandazione corretta, dopo averlo fatto, è l’opposto: usare il pomeriggio per un ultimo bagno e una cena con calma, e arrivare con un margine ragionevole rispetto all’orario sul biglietto. Il rischio di perdere la nave è ampiamente sovrastimato; il tempo perso nel piazzale del porto no.
Sbarco a Bari alle nove, sosta a Matera, e Roma in serata.
Cosa rifarei diverso
Cinque cose, in ordine di importanza.
Spezzare il primo giorno. Notte in nave, dogana, assicurazione, e poi sei ore di guida fino al Montenegro. Con un giorno di margine, una notte a Scutari all’andata toglie pressione a tutta la prima parte del viaggio e permette di vedere la costa nord con calma invece che dal finestrino.
Due notti a Berat, non tre, e un alloggio scelto meglio. L’ho raccontato sopra. Il giorno risparmiato va al mare finale, non a un’altra città.
Non andare a Pristina di domenica. Oppure sostituirla con le cascate di Mirusha o con Gjakova, entrambe a un’ora da Prizren e aperte tutti i giorni.
Scaricare musica e mappe prima di partire. La copertura dati in Montenegro è risultata debole in più zone e lo streaming non era utilizzabile. Sui trasferimenti balcanici serve la musica, non la connessione.
Fidarsi meno delle attese ai valichi che si leggono online. Quattro frontiere, tutte al mattino, nessuna oltre i venticinque minuti, Ferragosto compreso. Le code di ore esistono, ma riguardano soprattutto i fine settimana serali e i valichi verso la Serbia. Programmare i passaggi al mattino ha risolto tutto.
Con un bambino di un anno: cosa cambia davvero
Il viaggio funziona, a patto di accettare due regole. La prima: il sonnellino detta il ritmo della giornata, quindi il tratto di guida più lungo si programma nella finestra del sonno, oppure lo si lascia dormire dove capita — in spiaggia, nel passeggino — senza tornare alla base. La seconda: passeggino e marsupio servono entrambi, perché i centri storici sono lastricati ma percorribili, mentre tutte le fortezze sono acciottolate in salita e precluse alle ruote.
Sul mangiare: il seggiolone nei Balcani non è scontato e le mezze porzioni quasi non esistono. Si chiede all’ingresso, non al tavolo, e nella pratica si ordina un piatto semplice da condividere. Sulle spiagge: ghiaia in Montenegro, quindi scarpette da scoglio; sabbia e fondale bassissimo in Albania, e lì il bambino ha passato più tempo in acqua che fuori.
Le aree giochi lungo il percorso le ho segnate tutte — una stazione di servizio sulla strada per il Kosovo con un’area giochi e una tavola calda è stata la sosta più utile dell’intero viaggio — e stanno nella guida, perché sono esattamente il tipo di informazione che si trova solo essendoci stati.
Quanto costa, in una riga
Per due adulti e un bambino, quattordici giorni in agosto — la stagione più cara — tutto compreso, traghetto e carburante inclusi, siamo rimasti sotto i tremila euro. Fuori stagione, tra giugno e settembre, gli alloggi scendono facilmente di un terzo. Il dettaglio voce per voce, con la data di ogni prezzo, è nella guida.
Dove sta il resto
Questo è il racconto. La guida è l’altra metà: l’itinerario giorno per giorno già corretto dall’esperienza, i tempi di guida realmente impiegati, i prezzi con la data in cui li ho verificati, gli indirizzi dei posti dove abbiamo mangiato bene e di quelli da evitare, cosa prenotare prima e i piani B per le giornate che dipendono dal meteo o dal calendario.
E se il vostro viaggio non assomiglia a questo — meno giorni, senza auto, un altro aeroporto — è il caso in cui conviene partire da zero, ed è quello che faccio con il servizio su misura.
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